Ansia da compleanno

Qualche giorno fa, in una quinta elementare, in un momento di pausa un’alunna esclama ad alta voce davanti a me: “La prossima settimana è il mio compleanno!”. Spontaneamente le rispondo: “Che bello!”. E lei: “No, mae’, che ansia!”. Alla mia richiesta di chiarimento, non ha saputo replicare.

Sono rimasta sbigottita. Tuttora continuo a chiedermi come sia possibile che una bambina di dieci anni associ alla sua personalissima festa uno stato d’animo del genere. Al di là del dato personale, però, vorrei provare a guardare il fatto da un livello più generale. Innanzitutto, mi viene da pensare che forse questa fantomatica ansia sia un termine ricorrente nel frasario di noi adulti – e del resto tutti sappiamo quanto i bambini siano recettivi. Per fare un esempio, proprio ieri ho trovato mio figlio di tre anni correre in salotto ripetendo “Coronavirus, Coronavirus”, senza che io e il papà gli abbiamo mai esplicitamente fatto cenno alla questione. Allo stesso modo, quanto di ansia realmente sappia questa alunna è tutto da scoprire.

In secondo luogo, la questione sostanziale. Perché collegare l’ansia – e non la contentezza, l’eccitazione, la curiosità… – al proprio compleanno? Ripeto, prescindendo dal dato personale, quindi senza interrogarmi, da brava maestrina, sulle probbblematiche della bambina, sul suo vissuto-familare-che-la-porta-a, e compagnia cantante.

E’ vero che il mondo ci mette fretta. Fretta nelle comunicazioni, tutte immediate, private della sacrosanta e inviolabile libertà della non reperibilità, tutte necessarie; fretta nel voler far crescere i nostri figli, mettendoli davanti a responsabilità troppo grandi per loro – sto pensando, una su tutte, al fatto che ormai alle scuole elementari chi non ha il cellulare è una mosca bianca. E le istruzioni per l’uso chi le fornisce? Chi tiene al riparo i bambini dalle insidie del web? Forse la Polizia postale? Fretta nelle nostre giornate, in cui a volte nemmeno si ha il tempo di guardarsi negli occhi, fretta negli affetti, troppo spesso facilmente liquidabili perché non si è capaci di crescere insieme. Perché le cose o si incastrano o non vanno bene. Una fretta che tocca anche la conoscenza, ormai da tanti ridotta alla mera informazione – come ricordava Giorgio Israel in questo articolo del suo blog: http://gisrael.blogspot.com/2011/05/menti-di-gallina-che-riducono-il-sapere.html.

Come reagire? Ovviamente la risposta più immediata è fermandosi. Ma fermandosi davanti a che cosa? Perché, ammettiamolo, questa malsana abitudine a liquidare rapidamente le questioni è anche comoda: ci fornisce soluzioni quasi automatiche e così facendo ci solleva dall’onore/onere di pensare, di sostare su noi stessi e porci delle domande. La vita interiore: la grande dimenticata della nostra epoca, come ricorda anche Susanna Tamaro nella sua ultima pubblicazione “Alzare lo sguardo. Il diritto di crescere, il dovere di educare”. Eppure è questo aspetto di ricerca di un significato nelle cose fuori e dentro di noi, di tensione verso un compimento, che ci contraddistingue come uomini; per questo ritengo un onore la capacità di pensare, e non soltanto come presupposto per una qualsiasi scelta.

Fermarci, dicevamo. Ma di fronte a cosa? Di fronte a se stessi, è quel che ci aiuta a fare la psicologia, ci permette di indagare la nostra psiche, che è parte di noi insieme al nostro corpo. La grande tradizione russa, a tale proposito, aggiunge un tassello ulteriore alla natura umana, attingendo agli scritti di San Paolo: l’uomo è corpo, anima – in greco psychée spirito. Lo spirito è il luogo interiore della manifestazione del divino – poiché l’uomo, come creatura, porta in sé il sigillo del suo Creatore – ossia il luogo per eccellenza in cui stare davanti al mistero. Lo stesso mistero che abita la realtà concreta esterna a noi.

La corsa del mondo, la corsa che noi stessi ci imponiamo ci distrae da questo aspetto, ce lo fa dimenticare, ma si tratta di una dimenticanza apparente e non corrispondente a ciò che desideriamo, difatti genera ansia. Ansia che nasce, come ci ricorda la sua etimologia – dal verbo latino ANGO, stringere, soffocare – da una volontà di controllo, dalla paura di lasciare che le cose, che noi stessi, ci riveliamo ultimamente misteriosi e incompiuti, dall’incapacità di riconoscere la nostra sola possibilità di avvicinarci a questo mistero, mai di spiegarlo totalmente – come del resto sanno bene gli scienziati, ogni scoperta apre molte altre domande che si rivelano nuove piste di ricerca.

Io credo che tutto ciò abbia anche ricadute sul piano educativo. Se la vita non è una scoperta, un continuo indagare e porsi domande, e certo che crescere genera ansia! Come posso io bambina essere all’altezza di quello che i miei genitori, i miei compagni, la mia maestra, il mio mister … sembrano chiedermi? Come potrò mai esserlo in futuro?

Mille-e-uno modi per soffocare una giovane vita.

Dovremmo invece educare noi stessi a stare, come la famosa immagine dello Stabat Mater, di questa donna immobile, impietrita certo dal dolore, che rimaneva ferma dinanzi al mistero della morte del suo unico figlio, innocente, capace di perdono persino in quella condizione assurda.

Persone che amano fermarsi davanti a se stessi, davanti agli altri o alle cose, senza la pretesa di esaurirle con una spiegazione o una definizione trasmettono un messaggio: la vita è da guardare, è da scoprire.  In questo modo si affrontano lo sudio, il lavoro, gli affetti, le sfide della comunicazione… Con uno sguardo del genere posso serenamente augurare a mio figlio buon compleanno!

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