Quanti Mozart assassinati da sguardi senza speranza!

Rielaboro la frase del titolo da “Il mistero della donna” di Jo Croissant, mistica francese.

Mi ha colpito tantissimo questo passaggio, in cui lei fa riferimento ai traumi vissuti in famiglia e a quanto il disamore, lo “sguardo traumatizzato e traumatizzante”, dei genitori sui figli soffochi le ricchezze che possiedono.

Leggendo, riflettevo su quanto tutto ciò possa valere anche per noi insegnanti nei confronti dei nostri alunni.

A mia memoria (e ne sto per dire una grossa), nessuno tra i miei maestri e professori mi ha aiutato a capire chi sono, mi ha guidato nella consapevolezza della mia personalità, delle mie capacità e passioni, mi ha sostenuto nell’esprimermi… Purtroppo devo riconoscere che di fronte a me ho trovato – quando andava bene – persone competenti e appassionate della loro disciplina, le quali mi hanno indubbiamente trasmesso un grande amore per la conoscenza e per lo studio, ma che non entravano in una relazione vera con me, e spesso si limitavano a proiettare sulla mia vita le loro aspettative; molti altri insegnanti che ho incontrato, invece, erano del tutto privi di interesse nei confronti del loro lavoro, probabilmente lo vivevano come un ripiego o si sentivano schiacciati da una scuola sempre più burocratizzata…

Insomma, nei fatti sono state amicizie e incontri altri a portarmi ad essere quello che sono sul piano professionale; quanti miei insegnanti sconsigliavano di intraprendere la loro strada: per carità!

E invece io sono nata per insegnare, questo lo so; mi esprimo al meglio lavorando in classe con i miei alunni, si crea una specie di vulcano in eruzione, talvolta effusiva, talvolta esplosiva. Insegnare alla scuola elementare, poi, mi permette di alimentare la mia passione per ogni campo del sapere, poiché noi maestri non ci specializziamo in un’unica disciplina. I bambini, con la loro curiosità – spropositata per noi adulti annoiati, danno uno sprint increrdibile al tutto: come non bere un cocktail del genere?!

Io la mia strada l’ho scoperta, ma ho dovuto combattere grosse battaglie, anche con me stessa: è stato faticoso, e talvolta mi domando quanto uno sguardo diverso dei miei insegnanti avrebbe fatto la differenza.

Perché non c’è niente da fare: noi siamo chiamati a confrontarci con la complessità. Mi riferisco alla complessità di innumerevoli esistenze che ci si palesano davanti, che accompagniamo per un certo tempo, che abbiamo la pretesa – sacrosanta – di guidare, a cui insegniamo cose che li aiuteranno a vivere. Come posso io, maestra, prescindere dal conoscere l’unicità dei miei alunni? Voglio dire che tante volte noi ci comportiamo come impiegati di un ufficio timbri (non chiedetemi se esita ancora, è la prima immagine ad essermi venuta alla mente, e mi è sembrata esplicativa): ci trasciniamo, nella noiosa mono-tonia del ripetere il nostro stanco sguardo sulle cose. E ci scorrono davanti agli occhi esistenze su esistenze, nei confronti delle quali nemmeno noi crediamo più di poter fare la differenza. Mi sbaglio?

Quando invece potremmo essere degli autentici talent scout! Invece di inchiodare i nostri studenti a definizioni, se non diagnosi, fatte per dare sicurezza a noi prima che aiuto a loro, piazziamoci una bella lente di ingrandimento davanti agli occhi, e osserviamoli, in silenzio: la loro realtà è più grande di quello che abbiamo in testa, lasciamo che la loro unicità ci conquisti, accettiamo la fatica di accompagnarli nella scoperta della loro strada! E’ parte della nostra conclamata professionalità.

Potrei continuare ancora per molto… ma mi risolvo a chiudere questo intervento zeppo di retorica de core.

Alla prossima!

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