Cosa chiediamo alla scuola di oggi…

Qualche tempo fa ho rilasciato un’intervista a una giovane aspirante psicologa che si sta in questo momento occupando di psicologia della scuola. Rispondendo alle sue domande, riflettevo sul fatto che oggi vi è una grande confusione su cosa sia la scuola, e su che cosa debba offrire agli studenti, alle famiglie e a tutta la società.

Un episodio su tutti mi è venuto in mente: quando ho sentito con le mie orecchie una mamma pronunciare le seguenti testuali terrificanti parole fuori scuola:

“Ah, ma io le regole non gliele insegno mica! Tanto ci pensano a scuola!”

Stridore di denti.

Eppure spesso avviene proprio questo; e non sto facendo riferimento soltanto a situazioni di disagio sociale – tra l’altro, la signora in questione aveva appena lasciato il pargolo in una scuola privata, perciò si presuppone fosse almeno di media estrazione sociale. Molte volte mi sono trovata di fronte casi di delega pressocché completa, in cui il genitore si stupisce quando gli si fa notare che il pupillo alla tenera età di sette anni bruca il cibo dal piatto, noncurante dei sottili utensili comunemente denominati “posate” (“Sa, maestra, noi a casa vogliamo fargli fare esperienza, quindi io non gli dico niente su come mangiare a tavola”). O ancora peggio, quando il bambino seienne ha la faccia tosta di rifiutare un’attività alzandosi in piedi nel bel mezzo della lezione, buttando il quaderno a terra e strillando: “Maestra!! E’ tutto inutile quello che ci fai fare!!”. Il genitore del caso risponde al racconto con un sorriso: “Sa, bisogna dargli tempo…”.

Dicevo, delega pressoché completa.

Oppure mi sono trovata davanti l’atteggiamento opposto: famiglie che avanzano pretese di controllo sulla gestione della classe (“Ascolti, mio figlio vicino a X proprio no, la prego”) o, ancora peggio, sulla didattica del singolo docente. Ora, non sono qui ad affermare nessunotocchinoidocenti, perché lavorando nella scuola vedo criticità spesso molto pesanti; inoltre, sono fermamente convinta che la collaborazione con le famiglie sia in-di-spen-sa-bi-le.

Mi viene però  spontaneo domandarmi: cosa stiamo chiedendo alla scuola? Che cosa deve offrire un bravo insegnante ai suoi alunni – e quindi alla società? E ancora: quale apporto la scuola è convinta di dover dare?

Perché c’è confusione anche dal nostro punto di vista – e faccio qui riferimento in particolare alla scuola elementare, che mi trova direttamente coinvolta; ma sono certa che tanti potrebbero citare esempi analoghi riguardanti altri livelli di istruzione.

Sento di strutture scolastiche prive di mensa, in cui gli studenti mangiano in aula, ma che rimangono aperte anche la notte durante l’estate, per permettere a chi lo desideri di pernottare in confortevoli sacchi a pelo; di scuole che si trasformano in mercatini di Natale, in queste domeniche di dicembre; e ancora, di giornate dedicate a giochi sulle emozioni, a progetti di ogni genere (pace, cittadinanza, autoconsapevolezza e autostima…) svolti da docenti: tutti aspetti importantissimi, ci mancherebbe, ed è più che positivo mantenere alta la sensibilità su certe tematiche. Mi chiedo però se sia davvero necessario essere un insegnante per fare tutto questo. Ci sono figure professionali molto esperte in questi ambiti, che propongono percorsi ben strutturati.

E allora, qual è la peculiarità che contraddistingue un insegnante?

Personalmente, quando a inizio anno scolastico incontro i genitori dei miei alunni, tengo a precisare che il mio compito è innanzitutto insegnar loro l’alfabetizzazione di base: leggere, scrivere e far di conto. Ovviamente il percorso della scuola elementare comprende tantissimi altri aspetti (penso al metodo di studio, all’introduzione nel mondo della storia, della geografia, delle scienze, all’educazione motoria, alla bellezza dell’arte e della musica…), ma lo zoccolo duro è questo: leggere, scrivere e far di conto. Ovvero offrire gli elementi (da qui la denominazione di scuola “elementare” a me tanto cara) del sapere, ciò che è assolutamente necessario non solo per affŕontare qualsiasi tipo di studio, ma anche per muoversi nella realtà,  per comprenderla e per esprimersi.

In questi aspetti io, in qualità di maestra elementare, sono competente.

La mia competenza si compone poi anche di passione per la scoperta, per la conoscenza, nella relazione con i miei studenti, che accompagno nella ricerca della loro strada.

È  troppo poco per essere definita “insegnante”, per essere considerata professionista?

Per quale motivo sentire il bisogno di riempire la nostra professione – già per tradizione tanto ben caratterizzata – con aspetti che non la riguardano, o che la interessano collateralmente?

È ovvio che la mia riflessione è molto a tarallucci e vino, però parte da fatti che si sono presentati davanti ai miei occhi, e sui quali ho dovuto prendere posizione.

Mi auguro che qualche collega possa offrire il suo contributo.

Alla prossima, e un augurio di buone feste!

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