Dichiarazione d’intenti

Questo blog nasce da un semplice desiderio: riscattare la fatica nella nostra scuola. Mi spiego meglio. Viviamo in un mondo in cui il sudore della fronte non va più di moda: tutto deve essere facile, immediato e, a giudicare dalle nuove frontiere della tecnologia, lo sarà ancor di più. Ora la storia ci tramanda come, sin dalle più antiche civiltà, l’uomo abbia cercato di semplificarsi la vita osservando la realtà per capire come governarla, inventando oggetti via via più elaborati e funzionali, e ciò ha portato tanto benessere a una moltitudine di persone. Pensiamo soltanto a una qualsiasi delle nostre abitazioni privata di corrente elettrica per un certo periodo di tempo: niente elettrodomestici, e perciò piatti e indumenti lavati a mano con acqua fredda, per dirne due soltanto, niente illuminazione notturna, e quindi a letto col sole, niente possibilità di ricaricare il telefonino… un disastro, per i nostri standard. Eppure in tanti luoghi tuttora si vive così. Il progresso della tecnica ci ha dato la possibilità di fare di più, di fare meglio, di fare con meno fatica… ci ha semplificato la vita. E tutto ciò è sacrosanto. Allora dove sta l’inghippo?

Io credo che la progressiva riduzione della fatica dalla nostra quotidianità – quanti di noi ricordano un numero di telefono a memoria? – ci abbia condotto a squalificarla, considerandola un orpello tout court – di cui liberarsi. Ma c’è una fatica buona?

L’etimologia del verbo faticare rimanda a un suffisso di senso frequentativo, cioè che esprime il ripetersi di un’azione; in tal senso, faticare significa dedicarsi assiduamente a qualcosa, non soltanto provare una sensazione molesta, di stanchezza, nell’attendere a qualcosa.

Ogni aspetto importante della vita richiede assiduità – e quindi fatica: pensiamo soltanto alle relazioni. In tal senso, la scuola offre agli alunni una palestra esistenziale non indifferente, perché anche lo studio vero richiede fatica. Illudersi di poter espellere il sudore della fronte dalle aule scolastiche ottenendone benefici va di pari passo col sostenere che conoscenza e informazione siano la medesima cosa, quando la conoscenza è un processo lento e mai compiuto, come ricordava anche Giorgio Israel in un intervento nel suo blog personale (https://gisrael.blogspot.com/2011/05/menti-di-gallina-che-riducono-il-sapere.html).

Oggi va di moda dire che l’insegnante è un facilitatore; a me invece piace dire ai miei alunni che come insegnante sono lì per complicargliela, la vita. Non gli facilito un bel niente, anzi, pongo mete che richiedono lavoro, ragionamento, studio… mete che siano sfide, insomma. Ma sono lì con loro a percorrere la strada, perché un altro ingrediente fondamentale della nostra professione è la nostra presenza, la presenza di un maestro, ossia di una persona che trasmetta il sapere e la propria passione per esso, la propria sete di ricerca e di scoperta, all’interno della relazione con gli alunni: si apprende in relazione, con gli altri e con la realtà. Personalmente ritengo che sia proprio la componente relazionale a rendere il nostro lavoro tanto faticoso – e perciò tanto bello; ci viene richiesta quell’assiduità che ogni relazione chiama, ed è principalmente attraverso questa assiduità che i nostri alunni imparano. O meglio: alla fine qualcosa lo si acquisisce lo stesso, anche se con l’insegnante c’è un rapporto odi et odi; ma, non illudiamoci, l’alunno in questione non ricorderà un maestro, quanto un esse-ti-erre. Mi domando però che cosa possano portare a casa i nostri studenti se, come sta accadendo ora, la didattica viene sempre più impoverita di conoscenze e di metodo per semplificarla, o per lasciare spazio a progetti altri (quante classi partecipano a lunghi progetti sulle emozioni, ad esempio?).

Un esempio su tutti: il corsivo. Innumerevoli studi dimostrano l’importanza di questo tipo di scrittura a livello cognitivo e nella formazione della personalità, nella percezione del sé; troppo spesso, però, viene insegnato in fretta e male, e poi abbandonato a favore dello stampato maiuscolo, perché i poveri alunni, non opportunamente guidati, non lo hanno mai padroneggiato. E certo, è difficilissimo imparare a scrivere, figuriamoci in corsivo! I bambini di prima fanno molta fatica; è necessario un affiancamento continuo, tante correzioni, e tanto esercizio. E indubbiamente altre accortezze di metodo. Ma non possiamo ovviare il problema semplicemente tollerando che gli studenti usino lo stampato maiuscolo! Di questi e altri esempi ve ne sono a bizzeffe.

Da dove nasce dunque il nome del blog “Banchi di scuola”?

Nasce dal fatto che il banco è stato per anni il luogo della nostra fatica – potremmo dire che ne è un emblema, dopo le “sudate carte” di Leopardi, ovviamente!

Ora non vorrei vi siate fatti un’idea della sottoscritta come di una stakanovista-signorina Rottenmeier-de-noantri-mai-na-gioia; vi assicuro che faccio lezione in classe anche senza banchi, che li dispongo in millemila modalità diverse, che tante volte ce ne andiamo in giardino a spiegare un argomento in modo interessante, che impariamo il calcolo mentale giocando a rubabandiera… Mi piace insegnare divertendomi, ecco.

Così, in questo spazio virtuale, ma anche reale dacché vi riporto esperienze accadute, vorrei inserire storie di lezioni, esempi di lavori frutto di una fatica bella, buona, fruttuosa, mia e dei miei alunni. Con la speranza che possa diventare uno spazio di scambio e riflessione.

Buona avventura!

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