Il fine della vita è la bellezza

Di seguito il link all’articolo di lunedì 27 aprile di Alessandro D’Avenia, pubblicato sul Corriere nella rubrica settimanale da lui curata.

Qualche breve citazione “di assaggio”.

I sempre più diffusi disturbi alimentari e di apprendimento sono in parte ribellioni alla vita come «concorso» basato sulla «prestazione», anziché «percorso» centrato sulla «presenza».

Ma al rispetto per la vita delle e nelle cose, che richiede tempo e cura, preferiamo più sicuri standard esteriori che danno l’impressione del compimento, ma mortificano l’originalità. Ci dicono chi essere invece di chiederci chi siamo e di aiutarci a diventarlo.

Educare è mettere l’invisibile in condizioni di rendersi visibile.

La scuola è sempre nello sguardo dei maestri, rivolto al concreto e irripetibile darsi della vita, e non solo nelle soluzioni tecnico-organizzative.

Ciò che è vivo non ha copie, e una pedagogia priva della stella polare della bellezza da compiere, a partire da quella che gradualmente e fragilmente si manifesta, fa violenza all’originalità e spegne la vita, consegnandola alla crudele dea Ansia.

Una buona relazione educativa raggiunge tre fini: cultura, autonomia, vocazione.

Buona lettura!

https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/20_aprile_27/33-dea-ansia-e72d3632-87f5-11ea-8a3a-5c7a635a608c.shtml

Ansia da compleanno

Qualche giorno fa, in una quinta elementare, in un momento di pausa un’alunna esclama ad alta voce davanti a me: “La prossima settimana è il mio compleanno!”. Spontaneamente le rispondo: “Che bello!”. E lei: “No, mae’, che ansia!”. Alla mia richiesta di chiarimento, non ha saputo replicare.

Sono rimasta sbigottita. Tuttora continuo a chiedermi come sia possibile che una bambina di dieci anni associ alla sua personalissima festa uno stato d’animo del genere. Al di là del dato personale, però, vorrei provare a guardare il fatto da un livello più generale. Innanzitutto, mi viene da pensare che forse questa fantomatica ansia sia un termine ricorrente nel frasario di noi adulti – e del resto tutti sappiamo quanto i bambini siano recettivi. Per fare un esempio, proprio ieri ho trovato mio figlio di tre anni correre in salotto ripetendo “Coronavirus, Coronavirus”, senza che io e il papà gli abbiamo mai esplicitamente fatto cenno alla questione. Allo stesso modo, quanto di ansia realmente sappia questa alunna è tutto da scoprire.

In secondo luogo, la questione sostanziale. Perché collegare l’ansia – e non la contentezza, l’eccitazione, la curiosità… – al proprio compleanno? Ripeto, prescindendo dal dato personale, quindi senza interrogarmi, da brava maestrina, sulle probbblematiche della bambina, sul suo vissuto-familare-che-la-porta-a, e compagnia cantante.

E’ vero che il mondo ci mette fretta. Fretta nelle comunicazioni, tutte immediate, private della sacrosanta e inviolabile libertà della non reperibilità, tutte necessarie; fretta nel voler far crescere i nostri figli, mettendoli davanti a responsabilità troppo grandi per loro – sto pensando, una su tutte, al fatto che ormai alle scuole elementari chi non ha il cellulare è una mosca bianca. E le istruzioni per l’uso chi le fornisce? Chi tiene al riparo i bambini dalle insidie del web? Forse la Polizia postale? Fretta nelle nostre giornate, in cui a volte nemmeno si ha il tempo di guardarsi negli occhi, fretta negli affetti, troppo spesso facilmente liquidabili perché non si è capaci di crescere insieme. Perché le cose o si incastrano o non vanno bene. Una fretta che tocca anche la conoscenza, ormai da tanti ridotta alla mera informazione – come ricordava Giorgio Israel in questo articolo del suo blog: http://gisrael.blogspot.com/2011/05/menti-di-gallina-che-riducono-il-sapere.html.

Come reagire? Ovviamente la risposta più immediata è fermandosi. Ma fermandosi davanti a che cosa? Perché, ammettiamolo, questa malsana abitudine a liquidare rapidamente le questioni è anche comoda: ci fornisce soluzioni quasi automatiche e così facendo ci solleva dall’onore/onere di pensare, di sostare su noi stessi e porci delle domande. La vita interiore: la grande dimenticata della nostra epoca, come ricorda anche Susanna Tamaro nella sua ultima pubblicazione “Alzare lo sguardo. Il diritto di crescere, il dovere di educare”. Eppure è questo aspetto di ricerca di un significato nelle cose fuori e dentro di noi, di tensione verso un compimento, che ci contraddistingue come uomini; per questo ritengo un onore la capacità di pensare, e non soltanto come presupposto per una qualsiasi scelta.

Fermarci, dicevamo. Ma di fronte a cosa? Di fronte a se stessi, è quel che ci aiuta a fare la psicologia, ci permette di indagare la nostra psiche, che è parte di noi insieme al nostro corpo. La grande tradizione russa, a tale proposito, aggiunge un tassello ulteriore alla natura umana, attingendo agli scritti di San Paolo: l’uomo è corpo, anima – in greco psychée spirito. Lo spirito è il luogo interiore della manifestazione del divino – poiché l’uomo, come creatura, porta in sé il sigillo del suo Creatore – ossia il luogo per eccellenza in cui stare davanti al mistero. Lo stesso mistero che abita la realtà concreta esterna a noi.

La corsa del mondo, la corsa che noi stessi ci imponiamo ci distrae da questo aspetto, ce lo fa dimenticare, ma si tratta di una dimenticanza apparente e non corrispondente a ciò che desideriamo, difatti genera ansia. Ansia che nasce, come ci ricorda la sua etimologia – dal verbo latino ANGO, stringere, soffocare – da una volontà di controllo, dalla paura di lasciare che le cose, che noi stessi, ci riveliamo ultimamente misteriosi e incompiuti, dall’incapacità di riconoscere la nostra sola possibilità di avvicinarci a questo mistero, mai di spiegarlo totalmente – come del resto sanno bene gli scienziati, ogni scoperta apre molte altre domande che si rivelano nuove piste di ricerca.

Io credo che tutto ciò abbia anche ricadute sul piano educativo. Se la vita non è una scoperta, un continuo indagare e porsi domande, e certo che crescere genera ansia! Come posso io bambina essere all’altezza di quello che i miei genitori, i miei compagni, la mia maestra, il mio mister … sembrano chiedermi? Come potrò mai esserlo in futuro?

Mille-e-uno modi per soffocare una giovane vita.

Dovremmo invece educare noi stessi a stare, come la famosa immagine dello Stabat Mater, di questa donna immobile, impietrita certo dal dolore, che rimaneva ferma dinanzi al mistero della morte del suo unico figlio, innocente, capace di perdono persino in quella condizione assurda.

Persone che amano fermarsi davanti a se stessi, davanti agli altri o alle cose, senza la pretesa di esaurirle con una spiegazione o una definizione trasmettono un messaggio: la vita è da guardare, è da scoprire.  In questo modo si affrontano lo sudio, il lavoro, gli affetti, le sfide della comunicazione… Con uno sguardo del genere posso serenamente augurare a mio figlio buon compleanno!

Quanti Mozart assassinati da sguardi senza speranza!

Rielaboro la frase del titolo da “Il mistero della donna” di Jo Croissant, mistica francese.

Mi ha colpito tantissimo questo passaggio, in cui lei fa riferimento ai traumi vissuti in famiglia e a quanto il disamore, lo “sguardo traumatizzato e traumatizzante”, dei genitori sui figli soffochi le ricchezze che possiedono.

Leggendo, riflettevo su quanto tutto ciò possa valere anche per noi insegnanti nei confronti dei nostri alunni.

A mia memoria (e ne sto per dire una grossa), nessuno tra i miei maestri e professori mi ha aiutato a capire chi sono, mi ha guidato nella consapevolezza della mia personalità, delle mie capacità e passioni, mi ha sostenuto nell’esprimermi… Purtroppo devo riconoscere che di fronte a me ho trovato – quando andava bene – persone competenti e appassionate della loro disciplina, le quali mi hanno indubbiamente trasmesso un grande amore per la conoscenza e per lo studio, ma che non entravano in una relazione vera con me, e spesso si limitavano a proiettare sulla mia vita le loro aspettative; molti altri insegnanti che ho incontrato, invece, erano del tutto privi di interesse nei confronti del loro lavoro, probabilmente lo vivevano come un ripiego o si sentivano schiacciati da una scuola sempre più burocratizzata…

Insomma, nei fatti sono state amicizie e incontri altri a portarmi ad essere quello che sono sul piano professionale; quanti miei insegnanti sconsigliavano di intraprendere la loro strada: per carità!

E invece io sono nata per insegnare, questo lo so; mi esprimo al meglio lavorando in classe con i miei alunni, si crea una specie di vulcano in eruzione, talvolta effusiva, talvolta esplosiva. Insegnare alla scuola elementare, poi, mi permette di alimentare la mia passione per ogni campo del sapere, poiché noi maestri non ci specializziamo in un’unica disciplina. I bambini, con la loro curiosità – spropositata per noi adulti annoiati, danno uno sprint increrdibile al tutto: come non bere un cocktail del genere?!

Io la mia strada l’ho scoperta, ma ho dovuto combattere grosse battaglie, anche con me stessa: è stato faticoso, e talvolta mi domando quanto uno sguardo diverso dei miei insegnanti avrebbe fatto la differenza.

Perché non c’è niente da fare: noi siamo chiamati a confrontarci con la complessità. Mi riferisco alla complessità di innumerevoli esistenze che ci si palesano davanti, che accompagniamo per un certo tempo, che abbiamo la pretesa – sacrosanta – di guidare, a cui insegniamo cose che li aiuteranno a vivere. Come posso io, maestra, prescindere dal conoscere l’unicità dei miei alunni? Voglio dire che tante volte noi ci comportiamo come impiegati di un ufficio timbri (non chiedetemi se esita ancora, è la prima immagine ad essermi venuta alla mente, e mi è sembrata esplicativa): ci trasciniamo, nella noiosa mono-tonia del ripetere il nostro stanco sguardo sulle cose. E ci scorrono davanti agli occhi esistenze su esistenze, nei confronti delle quali nemmeno noi crediamo più di poter fare la differenza. Mi sbaglio?

Quando invece potremmo essere degli autentici talent scout! Invece di inchiodare i nostri studenti a definizioni, se non diagnosi, fatte per dare sicurezza a noi prima che aiuto a loro, piazziamoci una bella lente di ingrandimento davanti agli occhi, e osserviamoli, in silenzio: la loro realtà è più grande di quello che abbiamo in testa, lasciamo che la loro unicità ci conquisti, accettiamo la fatica di accompagnarli nella scoperta della loro strada! E’ parte della nostra conclamata professionalità.

Potrei continuare ancora per molto… ma mi risolvo a chiudere questo intervento zeppo di retorica de core.

Alla prossima!

Il corsivo encefalogramma dell’anima, I. Bertoglio e G. Rescaldina

www.mondadoristore.it

Un testo che vuole rispolverare il piacere dello scrivere a mano, passando in rassegna aspetti storici, atropologici e psicologici della scrittura, senza dimenticare l’ampia tematica della disgrafia.

Un aspetto che mi preme sottolineare è il rapporto tra mutamento delle abitudini di scrittura e il cambiamento della modalità di pensare. Secondo alcuni studi, il corsivo permette di sviluppare uno stile di pensiero lineare, logico, personale. Le nuove tecnologie hanno invece implementato l’uso dello stampatello: questo fatto, unito all’abitudine a leggere su schermi (spostando lo sguardo disordinatamente da una parte all’altra dello schermo, invece di procedere da sinistra a destra), ha determinato la perdita di linearità della scrittura; così anche il pensiero è mutato, strutturandosi piuttosto “ad impulsi”. Ciò comporta un impoverimento delle operazioni mentali, evidente nella crescente difficoltà dei giovani a mantenere l’attenzione, nel loro bisogno continuo di ricevere stimoli gratificanti, nonché nell’aumento dei livelli di stress. Altro aspetto rilevante è la crescente incapacità di dirsi, di spiegarsi, di dialogare, che purtroppo si riscontra anche nelle ultime generazioni di adulti.

Di contro, la pratica del corsivo potenzia lettura e calcolo, capacità attentive e autodisciplina, memoria, creatività e anche l’abilità a comunicare le proprie idee.

Il libro è corredato di tante immagini esplicative, tra cui svariati esempi di lavori didattici.

Un testo da leggere con attenzione, ma anche da sfogliare piacevolmente, per riflettere su un tema oggi un po’ in disparte.

Buona lettura!

Cosa chiediamo alla scuola di oggi…

Qualche tempo fa ho rilasciato un’intervista a una giovane aspirante psicologa che si sta in questo momento occupando di psicologia della scuola. Rispondendo alle sue domande, riflettevo sul fatto che oggi vi è una grande confusione su cosa sia la scuola, e su che cosa debba offrire agli studenti, alle famiglie e a tutta la società.

Un episodio su tutti mi è venuto in mente: quando ho sentito con le mie orecchie una mamma pronunciare le seguenti testuali terrificanti parole fuori scuola:

“Ah, ma io le regole non gliele insegno mica! Tanto ci pensano a scuola!”

Stridore di denti.

Eppure spesso avviene proprio questo; e non sto facendo riferimento soltanto a situazioni di disagio sociale – tra l’altro, la signora in questione aveva appena lasciato il pargolo in una scuola privata, perciò si presuppone fosse almeno di media estrazione sociale. Molte volte mi sono trovata di fronte casi di delega pressocché completa, in cui il genitore si stupisce quando gli si fa notare che il pupillo alla tenera età di sette anni bruca il cibo dal piatto, noncurante dei sottili utensili comunemente denominati “posate” (“Sa, maestra, noi a casa vogliamo fargli fare esperienza, quindi io non gli dico niente su come mangiare a tavola”). O ancora peggio, quando il bambino seienne ha la faccia tosta di rifiutare un’attività alzandosi in piedi nel bel mezzo della lezione, buttando il quaderno a terra e strillando: “Maestra!! E’ tutto inutile quello che ci fai fare!!”. Il genitore del caso risponde al racconto con un sorriso: “Sa, bisogna dargli tempo…”.

Dicevo, delega pressoché completa.

Oppure mi sono trovata davanti l’atteggiamento opposto: famiglie che avanzano pretese di controllo sulla gestione della classe (“Ascolti, mio figlio vicino a X proprio no, la prego”) o, ancora peggio, sulla didattica del singolo docente. Ora, non sono qui ad affermare nessunotocchinoidocenti, perché lavorando nella scuola vedo criticità spesso molto pesanti; inoltre, sono fermamente convinta che la collaborazione con le famiglie sia in-di-spen-sa-bi-le.

Mi viene però  spontaneo domandarmi: cosa stiamo chiedendo alla scuola? Che cosa deve offrire un bravo insegnante ai suoi alunni – e quindi alla società? E ancora: quale apporto la scuola è convinta di dover dare?

Perché c’è confusione anche dal nostro punto di vista – e faccio qui riferimento in particolare alla scuola elementare, che mi trova direttamente coinvolta; ma sono certa che tanti potrebbero citare esempi analoghi riguardanti altri livelli di istruzione.

Sento di strutture scolastiche prive di mensa, in cui gli studenti mangiano in aula, ma che rimangono aperte anche la notte durante l’estate, per permettere a chi lo desideri di pernottare in confortevoli sacchi a pelo; di scuole che si trasformano in mercatini di Natale, in queste domeniche di dicembre; e ancora, di giornate dedicate a giochi sulle emozioni, a progetti di ogni genere (pace, cittadinanza, autoconsapevolezza e autostima…) svolti da docenti: tutti aspetti importantissimi, ci mancherebbe, ed è più che positivo mantenere alta la sensibilità su certe tematiche. Mi chiedo però se sia davvero necessario essere un insegnante per fare tutto questo. Ci sono figure professionali molto esperte in questi ambiti, che propongono percorsi ben strutturati.

E allora, qual è la peculiarità che contraddistingue un insegnante?

Personalmente, quando a inizio anno scolastico incontro i genitori dei miei alunni, tengo a precisare che il mio compito è innanzitutto insegnar loro l’alfabetizzazione di base: leggere, scrivere e far di conto. Ovviamente il percorso della scuola elementare comprende tantissimi altri aspetti (penso al metodo di studio, all’introduzione nel mondo della storia, della geografia, delle scienze, all’educazione motoria, alla bellezza dell’arte e della musica…), ma lo zoccolo duro è questo: leggere, scrivere e far di conto. Ovvero offrire gli elementi (da qui la denominazione di scuola “elementare” a me tanto cara) del sapere, ciò che è assolutamente necessario non solo per affŕontare qualsiasi tipo di studio, ma anche per muoversi nella realtà,  per comprenderla e per esprimersi.

In questi aspetti io, in qualità di maestra elementare, sono competente.

La mia competenza si compone poi anche di passione per la scoperta, per la conoscenza, nella relazione con i miei studenti, che accompagno nella ricerca della loro strada.

È  troppo poco per essere definita “insegnante”, per essere considerata professionista?

Per quale motivo sentire il bisogno di riempire la nostra professione – già per tradizione tanto ben caratterizzata – con aspetti che non la riguardano, o che la interessano collateralmente?

È ovvio che la mia riflessione è molto a tarallucci e vino, però parte da fatti che si sono presentati davanti ai miei occhi, e sui quali ho dovuto prendere posizione.

Mi auguro che qualche collega possa offrire il suo contributo.

Alla prossima, e un augurio di buone feste!

Dichiarazione d’intenti

Questo blog nasce da un semplice desiderio: riscattare la fatica nella nostra scuola. Mi spiego meglio. Viviamo in un mondo in cui il sudore della fronte non va più di moda: tutto deve essere facile, immediato e, a giudicare dalle nuove frontiere della tecnologia, lo sarà ancor di più. Ora la storia ci tramanda come, sin dalle più antiche civiltà, l’uomo abbia cercato di semplificarsi la vita osservando la realtà per capire come governarla, inventando oggetti via via più elaborati e funzionali, e ciò ha portato tanto benessere a una moltitudine di persone. Pensiamo soltanto a una qualsiasi delle nostre abitazioni privata di corrente elettrica per un certo periodo di tempo: niente elettrodomestici, e perciò piatti e indumenti lavati a mano con acqua fredda, per dirne due soltanto, niente illuminazione notturna, e quindi a letto col sole, niente possibilità di ricaricare il telefonino… un disastro, per i nostri standard. Eppure in tanti luoghi tuttora si vive così. Il progresso della tecnica ci ha dato la possibilità di fare di più, di fare meglio, di fare con meno fatica… ci ha semplificato la vita. E tutto ciò è sacrosanto. Allora dove sta l’inghippo?

Io credo che la progressiva riduzione della fatica dalla nostra quotidianità – quanti di noi ricordano un numero di telefono a memoria? – ci abbia condotto a squalificarla, considerandola un orpello tout court – di cui liberarsi. Ma c’è una fatica buona?

L’etimologia del verbo faticare rimanda a un suffisso di senso frequentativo, cioè che esprime il ripetersi di un’azione; in tal senso, faticare significa dedicarsi assiduamente a qualcosa, non soltanto provare una sensazione molesta, di stanchezza, nell’attendere a qualcosa.

Ogni aspetto importante della vita richiede assiduità – e quindi fatica: pensiamo soltanto alle relazioni. In tal senso, la scuola offre agli alunni una palestra esistenziale non indifferente, perché anche lo studio vero richiede fatica. Illudersi di poter espellere il sudore della fronte dalle aule scolastiche ottenendone benefici va di pari passo col sostenere che conoscenza e informazione siano la medesima cosa, quando la conoscenza è un processo lento e mai compiuto, come ricordava anche Giorgio Israel in un intervento nel suo blog personale (https://gisrael.blogspot.com/2011/05/menti-di-gallina-che-riducono-il-sapere.html).

Oggi va di moda dire che l’insegnante è un facilitatore; a me invece piace dire ai miei alunni che come insegnante sono lì per complicargliela, la vita. Non gli facilito un bel niente, anzi, pongo mete che richiedono lavoro, ragionamento, studio… mete che siano sfide, insomma. Ma sono lì con loro a percorrere la strada, perché un altro ingrediente fondamentale della nostra professione è la nostra presenza, la presenza di un maestro, ossia di una persona che trasmetta il sapere e la propria passione per esso, la propria sete di ricerca e di scoperta, all’interno della relazione con gli alunni: si apprende in relazione, con gli altri e con la realtà. Personalmente ritengo che sia proprio la componente relazionale a rendere il nostro lavoro tanto faticoso – e perciò tanto bello; ci viene richiesta quell’assiduità che ogni relazione chiama, ed è principalmente attraverso questa assiduità che i nostri alunni imparano. O meglio: alla fine qualcosa lo si acquisisce lo stesso, anche se con l’insegnante c’è un rapporto odi et odi; ma, non illudiamoci, l’alunno in questione non ricorderà un maestro, quanto un esse-ti-erre. Mi domando però che cosa possano portare a casa i nostri studenti se, come sta accadendo ora, la didattica viene sempre più impoverita di conoscenze e di metodo per semplificarla, o per lasciare spazio a progetti altri (quante classi partecipano a lunghi progetti sulle emozioni, ad esempio?).

Un esempio su tutti: il corsivo. Innumerevoli studi dimostrano l’importanza di questo tipo di scrittura a livello cognitivo e nella formazione della personalità, nella percezione del sé; troppo spesso, però, viene insegnato in fretta e male, e poi abbandonato a favore dello stampato maiuscolo, perché i poveri alunni, non opportunamente guidati, non lo hanno mai padroneggiato. E certo, è difficilissimo imparare a scrivere, figuriamoci in corsivo! I bambini di prima fanno molta fatica; è necessario un affiancamento continuo, tante correzioni, e tanto esercizio. E indubbiamente altre accortezze di metodo. Ma non possiamo ovviare il problema semplicemente tollerando che gli studenti usino lo stampato maiuscolo! Di questi e altri esempi ve ne sono a bizzeffe.

Da dove nasce dunque il nome del blog “Banchi di scuola”?

Nasce dal fatto che il banco è stato per anni il luogo della nostra fatica – potremmo dire che ne è un emblema, dopo le “sudate carte” di Leopardi, ovviamente!

Ora non vorrei vi siate fatti un’idea della sottoscritta come di una stakanovista-signorina Rottenmeier-de-noantri-mai-na-gioia; vi assicuro che faccio lezione in classe anche senza banchi, che li dispongo in millemila modalità diverse, che tante volte ce ne andiamo in giardino a spiegare un argomento in modo interessante, che impariamo il calcolo mentale giocando a rubabandiera… Mi piace insegnare divertendomi, ecco.

Così, in questo spazio virtuale, ma anche reale dacché vi riporto esperienze accadute, vorrei inserire storie di lezioni, esempi di lavori frutto di una fatica bella, buona, fruttuosa, mia e dei miei alunni. Con la speranza che possa diventare uno spazio di scambio e riflessione.

Buona avventura!